[di Sergio Ruzzier]

Non sopporto il termine albo illustrato. So che da anni ormai è diventato di uso comune, almeno tra gli addetti al lavori. Ciò non mi toglie la convinzione che è il nome sbagliato. Io lo chiamo libro a figure e qui di seguito provo a spiegare il perché.

La parola albo mi fa venire in mente una cosa esigua e di poco valore. Albo è anche un foglio o un insieme di fogli bianchi, da riempire. Poi c'erano gli Albi della Rosa, chi se li ricorda? E albi vengono chiamati molti altri fumetti da edicola, in genere fatti di carta di bassa qualità e con le pagine tenute insieme da un paio di graffette: Albi del Vittorioso, Albi del Giornalino. Alcuni, invece di albo, dicono album illustrato. Album mi fa subito venire in mente le figurine. Niente di male, le figurine o i fumetti da poche lire, anzi, ma sono unaltra cosa.

Perché non chiamare questa cosa per quello che è, cioè un libro? Il termine libro comprende molte più variabili di formato, di legatura, di contenuto, rispetto ad albo.

Consideriamo la Nutshell Library di Maurice Sendak, quei quattro volumetti minuscoli ma ben rilegati con copertina dura e sovraccoperta e raccolti in cofanetto: non sembra sbagliato chiamarli albi? Altro esempio, diversissimo: La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, di Brian Selznick (vincitore della Caldecott Medal come miglior picture book). È un tomo di quasi seicento pagine in cui testo e figure si intrecciano per raccontare una storia. Come si fa a chiamare albo un libro così? È un libro (a figure), come lo è ognuno di quei volumetti di Sendak.

Veniamo a illustrato. Un libro illustrato non dà l'idea che sia stato ideato dall'inizio come connubio tra parole e immagini, come invece dovrebbe essere. Potrebbe semplicemente indicare che a una storia siano state aggiunte delle illustrazioni, e che le due cose non siano state necessariamente sviluppate insieme. Insomma, sembra che il testo possa anche vivere da solo e che le illustrazioni siano un di più: decorative, esplicative, interpretative, forse, ma non tanto essenziali quanto le parole. In questo senso è interessante leggere quello che scrive Chandra Candiani in un suo pezzo per il blog dei Topipittori:

Quandero piccola, soffrivo già dinsonnia o forse no, forse è meglio dire che nella situazione in cui mi trovavo a vivere era più prudente vegliare. Così, molte notti le passavo non solo leggendo ma guardando le figure dei libri. Non avevo ancora incontrato la terribile delusione di un libro senza figure. E non si chiamavano illustrazioni ma figure. Illustrazioni dà ai disegni un posto secondario, illustrano le parole, accompagnano il racconto, lo doppiano. Le figure no. Loro sono un altro modo di raccontare. Non solo fanno leggere anche chi non sa (ancora) lalfabeto, come fanno i dipinti delle chiese, ma anche raccontano unaltra storia. Aprono una porta in cui puoi entrare e andare a vivere in un luogo diverso, qualche volta, e anche spesso, più sicuro di quello in cui vivono i bambini in frantumi.

Mi sembra un delitto che il termine comune per nominare questo tipo di libro non comprenda la meravigliosa parola figure.

Il termine inglese è perfetto: picture book, o picturebook, come preferiscono scrivere i britannici. Tra laltro il picture book moderno è stato inventato proprio in Inghilterra, nella seconda metà dellOttocento, da Randolph Caldecott. In italiano picture book si traduce felicemente con libro a figure. E allora perché non chiamare così questi benedetti oggetti? Sono proprio le figure a trainare la narrazione, a farla funzionare. Ecco, io un libro a figure lo vedo come una carrozza a cavalli. O una barca a vela, o una stufa a legna, o un treno a vapore, o uno strumento a fiato

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Disegno di Randolph Caldecott




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