Cristina Losantos è un’illustratrice catalana che ha al suo attivo pubblicazioni con varie case editrici, spagnole ed europee, e con numerose testate catalane, tra cui le riviste per bambini e ragazzi Caballo Fort e Lo Tatano.
Nel catalogo della collana Leone Verde Piccoli troviamo due volumi presentati come “guarda e scopri” intitolati rispettivamente I mestieri e La città.


A un primo impatto le tavole cittadine ci trasportano in un’epoca precedente, dominate come sono da un’estetica retrò che si esprime principalmente attraverso i veicoli e le scenografie ma poi, a ben guardare, si riconoscono moderni strumenti tecnologici, tra cui numerosi smartphone: ne I mestieri, ad esempio, una donna riprende un calciatore che ha subito un infortunio nel momento in cui lo trasportano all’interno dell’ambulanza: sarà una vlogger? Nello stesso volume, su un tetto viene montata un’antenna parabolica, mentre ne La città vediamo muoversi agilmente sulle rispettive skateboards un giovane uomo e una bambina che indossano abiti contemporanei, un signore si sposta utilizzando un monopattino elettrico, i televisori a schermo piatto in vendita sono quelli che occupano le nostre abitazioni, un uomo seduto sul bordo della fontana si fa un selfie avvalendosi dell’apposito bastone, un altro se ne fa uno mostrando i frutti dello shopping, il netturbino svolge il suo lavoro ascoltando la musica con le cuffie. Dunque in che tempo ci trasportano le pagine? Forse in una città ideale, popolata da personaggi letterari tra cui si riconoscono Mary Poppins e Sherlock Holmes, tra gli altri, che convivono con ufo, squali che nuotano nelle fontane, artisti di strada, illusionisti, cabarettisti, persone che si riuniscono intorno a tavolate in forma conviviale e più di una sprizza cuoricini dagli occhi vedendo l'oggetto del proprio amore. In città molti uomini sono si prendono cura di bambini e bambine, … insomma tra le pagine entriamo in contesti che esprimono concretamente una condizione desiderabile, accessibile, aperta e varia, come un catalogo di azioni che sostanziano una pragmatica dell’utopia, dove le differenze di genere che oggi attanagliano il presente sono in larga misura superate, gli animali umani convivono con la tecnologia senza destinare prioritariamente il suolo pubblico alle autovetture: uno spazio comune, insomma, in cui le traiettore personali si intrecciano.

Complessivamente il nostro sguardo si sposta verso ciò che accade intorno e su personaggi verosimili, fantastici e improbabili, in situazioni idilliache, comiche o spiacevoli: un gran mix-max umano e tecnologico, insomma, che ci trasporta tra immaginari e narrazioni.
Cristina Losantos disegna una società attenta a garantire pari accessibilità ai lavori, indipendentemente dalla propria identità di genere, impossibile dire se effettivamente essa sia stata raggiunta e se esistono ancora soffitti di cristallo ma non è rilevante, perché questo libro cerca-cose non è un compendio sociologico, ma una narrazione fine a se stessa, libera da obblighi e vincoli, non deve istruire su come potrebbe essere una comunità ideale, infatti procede mostrando, tra il serio e il faceto, una grande varietà di stili e condizioni di vita. La poliedrica rappresentazione che viene messa in scena è vincente proprio perché sfugge alla rigidità che caratterizza molti racconti “esemplari” sottraendosi alle grammatiche di equilibrismi forzati che si riconoscono in libri orientati più da logiche di mercato o ideologiche. I racconti visivi di questi due libri-cerca-cose sono convincenti, sorprendenti, divertenti e pieni di sorprese, sicuramente transmediali, mettono insieme grandi e piccoli aprendo mille possibilità di gioco, dialogo e vicinanza.
Ciò che i disegni sviluppano con tanta spontaneità pongono invece molti più ostacoli nella scelta delle parole che nelle prime due pagine invitano chi legge ad aguzzare la vista. La difficoltà è legata alla condizione vitale della lingua, che si modifica velocemente nel tempo in base all’uso che se ne fa ma che vede una parte delle persone arroccarsi nella difesa di norme e consuetudini, spesso sostenendo erroneamente, in relazione a certi lemmi, che “è sempre seguita una certa regola” inconsapevoli sovente del fatto che ciò non corrisponde a verità oppure delle cause che hanno determinato tali scelte. Non di rado in tali circostanze alcune persone si appellano all’Accademia della Crusca trascurando il fatto che , a differenza di altri paesi, lo stato italiano non ha istituito un ente a tutela della lingua e non esiste alcuna istituzione con potere deliberante sul diritto di utilizzare o meno un’espressione. Ricorda a tal riguardo Vera Gheno che le “esigenze deə parlanti” si rispecchiano prima di tutto in cambiamenti nella norma linguistica, definita come: L’insieme di regole, che riguardano tutti i livelli della lingua (fonologia, morfologia, sintassi, lessico, testualità), accettato da una comunità di parlanti e scriventi (o per lo meno dalla stragrande maggioranza) in un determinato periodo e contesto storico culturale. La lettera “ə” costituisce una delle scelte in uso per cercare di risolvere in lingua italiana il limite del binarismo insito nell’utilizzo di maschile e femminile nonché del sessismo insito nell’uso del maschile universale sovraesteso.

A detta di gran parte dei suoi utilizzatori la ə non rappresenta una soluzione definitiva da un punto di vista linguistico, perché alcuni suoi limiti non sono trascurabili, ma da una prospettiva socio-pedagogica fotografa il brulichio alimentato da una tensione che attraversa la società in riferimento a identità di genere e parità di opportunità.
Scelte linguistiche si impongono per indicare le ottantaquattro posizioni lavorative rappresentate ne I mestieri, ma inciampi si nascondono anche tra le righe di entrambi i volumi quando l’editrice lancia le sfide circa cosa cercare, perché il genere grammaticale solitamente corrisponde a quello semantico, ovvero al sesso del soggetto designato da quella parola designa, ma spesso la scelta ricade sull’utilizzo del maschile universale sovraesteso, come nel caso dei due volumi in parola: “C’è anche qualcuno che cammina a testa in giù, qualcuno che fischia, qualcuno che piange, qualcuno che dorme, qualcuno che porta un carico pesante, qualcuno che è vestito tutto di nero e qualcuno con un cappello bizzarro.” Le alternative che in questi casi si adottano più frequentemente per aggirare l’ostacolo sono sostanzialmente due: una prevede di indicare la natura di “persone” che camminano a testa in giù, che fischiano, che piangono e così via. Un’altra possibilità consiste nell’evitare a monte la scelta indicando genericamente che c'è chi cammina a testa in giù, fischia, piange e così a seguire. Particolarmente arduo poi è tradurre l’elenco di ottantaquattro parole che sono meramente ausiliarie per lanciare il gioco del cerca e trova, in particolare quando vanno a indicare le tipologie di lavoro perché si aggiunge anche la complessità di declinare le professioni senza praticare esclusioni linguistiche ma anche senza esautorare l’operazione della leggerezza che - per mandato e vocazione - le è connaturale. Il problema si pone perché il dibattito su questo tema è acceso e attenzionato e nella nostra lingua esistono parole di genere fisso, promiscuo, comune e mobile ma che è l’uso a rendercele familiari, tanto che molte molte persone rigettano il femminile dormiente di alcune parole perché “si è sempre detto diversamente”. Cercando on line il femminile di pompiere, ad esempio, troviamo varie possibilità, tra cui vigilessa del fuoco, donna vigile del fuoco, pompiera: Leone Verde ha optato per “donna pompiere”. La diffusione di un linguaggio aperto capace di rappresentare le diverse modalità di essere è una delle sfide in atto in questa epoca storica, tanto che governi e Comunità Europea si occupa di gender neutrality in language per affermare dei principi che superino i limiti posti in essere dalle grammatiche delle diverse lingue. Ben vengano dunque i tentativi di adeguare le parole al comune sentire. E benvangano questi due volumi, davvero interessanti.
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