Questa puntata del podcast mette insieme letture e riflessioni che mi accompagnano da lungo corso, nell'invitarvi ad ascolatere il podcast Capitalismano che raccoglie alcune letture sul tema, vi trascrivo sotto alcune citazioni, partendo dall'interessante saggio di Arlie Russell Hochschild (tr. Elisabetta Lalumera) Per amore o per denaro, Il Mulino, 2006
La vita in casa somiglia sempre più a un lavoro, e il lavoro è sempre più “casa”.
Ho trovato anche eccezioni a questa tendenza culturale, variazioni e contro tendenze. Ma proprio su questo modello stanno nascendo oggi in America delle “città aziendali”, che offrono una forma curiosa di socialismo ai professionisti e ai dirigenti delle corporazioni multinazionali, lasciando il capitalismo a tutti gli altri.
I fringe benefit (ovvero quei benefici accessori che integrano la busta paga) sono un elemento di sempre maggior richiamo (...)
Nel contesto dell' accelerazione dei ritmi di vita sul lavoro e in famiglia, molti parlano di amministrare attivamente, investire e risparmiare tempo per poi ”usarlo” , oppure di proteggerlo e difenderlo per “viverlo".
Le grandi aziende stanno facendo alla vita delle famiglie quello che i supermercati hanno fatto ai negozietti. (...) le forze che distolgono dalla vita familiare e spingono verso il mondo del lavoro vengono continuamente alimentate dal consumismo, che lavora per mantenere il rovesciamento di priorità emotive tra i due ambiti. (...) Non appena il lavoro comincia ad essere, più della casa, il luogo dove ci si sente apprezzati, è come il cane che si morde la coda: più si fugge al lavoro per le tensioni in casa, più queste peggiorano, e più aumenta la forza di attrazione del posto di lavoro, che è in grado di soddisfare i nuovi bisogni che si sono creati. (...) Una delle tendenze dell'economia americana di oggi va verso una cultura del consolidamento della vita attorno al posto di lavoro, che diventa una piccola città, in grado di soddisfare tutte le esigenze: implicitamente, questa tendenza spinge verso il modello del rovesciamento dei ruoli tra famiglia e lavoro.”
Suggerisco poi la lettura del romanzo-denuncia di Delphine De Vigan (tr. Margherita Botto) Tutto per i bambini, Einaudi, 2022 in cui la scrittrice mostra come nella pornografia della felicità, dell’accumulo, del consumo sfrenato e della vita in diretta non c'è niente che non possa essere messo in scena e in vendita. Persino, e soprattutto, la vita di bambini, bambine e di vita familiare. Il romanzo scarnifica le regole del videoblogging infantile, volto a creare babyinfluencer naturalmente introdotti alle logiche della monetizzazione correlato al numero di follower. Un tema, questo, che mi è particolarmente caro perché abbiamo tutti in mente almeno qualche bambina o bambino messo online, trascinato per fiere dai genitori, anche quando palesemente stanche, perché ancora ci sono videointerviste da fare e impegni da rispettare. E non sono poche le case editrici, serie, serissime, che alimentano tutto ciò in nome di qualche secondo di unboxing e di visibilità.
“Con il passare del tempo i format, il montaggio e gli effetti grafici diventano più professionali. A volte i bambini recitano ruoli scritti, palesemente imparati a memoria. Però si tratta di conservare l'impressione del filmato amatoriale e dell'immersione nella famiglia, che permette la massima identificazione da parte dello spettatore.
Man mano che crescono, l'atteggiamento dei bambini cambia. (...) A poco a poco, e di pari passo con la trasformazione dell'ambiente (in particolare con la creazione dello studio casalingo), i bambini imparano a guardare verso l'obiettivo.
Allo stesso modo, progressivamente, il loro abbigliamento cambia. All'inizio (...) indossano abiti neutri. (...)” Da un certo punto in avanti “Ogni video li mette in scena vestiti in modo diverso: T-shirt o felpe con il nome dei vari marchi partner del canale o con l'immagine dei loro personaggi principali.
Mai due volte lo stesso abbigliamento”.
Con il tempo “ Si precisano la grammatica e il linguaggio. (...) ripetono sistematicamente le stesse frasi all'inizio e alla fine di ogni video incoraggiando gli utenti a iscriversi al canale e a mettere like.”
(Delphine De Vigan, tr. Margherita Botto, Einaudi)
Si è soliti attribuire alle madri l'iniziativa di uno stile educativo che è invece ampiamente condiviso dai genitori, corresponsabili dell'educazione della prole.
“Ora certe famiglie girano persino dei live. (...) Questo significa che quando i bambini vanno in piscina, al supermercato, alla festa della scuola, tutto viene trasmesso in diretta sull'account Instagram. I follower possono reagire o postare domande. Successo garantito. (...)
Privacy è una parola che quella gente non conosce. (...) Si tratta di un abuso. Si, d’autorità. Di potere. I bravi soldatini ripetono le stesse frasi imparate a memoria. (...) hanno imparato a sorridere come scimmiette ammaestrate imparano il loro numero. Crede che possano dire “no, non ne posso più, smetto”, quando tutta la famiglia vive dei proventi di quei video? (...)
Io non credo che un bambino di tre anni sogni di essere una star di YouTube. (...) Oggi niente impedisce a quei genitori di riprendere i loro figli per tutto il giorno e farne commercio (...)A un certo punto bisognerà parlare anche dei bambini che guardano quei video ogni giorno. Della pubblicità che ingoiano a palate all'insaputa di tutti”
(Delphine De Vigan, tr. Margherita Botto, Einaudi)
E' stato impegnativo scegliere solo poche pubblicazioni che si occupino di questo tema, qui la bibliografia che ho utilizzato

Per chi vuole saperne di più,
un trailer del film Marghe e Giulia - Crescere in Diretta (2019), di Alberto Gottardo, Francesca Sironi
un corto Nellys stories - Kurzfilm über Kinder-Influencer | Award Winning (si possono selezionare i sottotitoli nella lingua preferita)
il docu Family influncer: il nuovo reality dell'infanzia l'inchiesta su RaiPlay
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