About Palestina (3\..)

le responsabilità della neonata ONU e dell'ONSCUP

Questi appunti sono stati scritti a uso personale per mettere ordine a quanto Israele, in nome dell'ideologia sionista,  ha fatto  fin dalla fine del XIX secolo con  l'idea di impossessarsi della terra palestinese cacciandone gli abitanti. Le informazioni presentate in questo contributo sono una sintesi di quanto scritto dallo storico israeliano antisionista Ilan Pappe nei saggi La pulizia etnica della Palestina (tr. Luisa Corbetta e Alfredo Tagliardi, Fazi, 2008)  e La prigione più grande del mondo (tr. Michele Zurlo, Fazi, 2022). Qui le parti precedenti: About Palestina (1\..), (2\..)

La risoluzione 181 del 1947

La spartizione della Palestina fu in origine una soluzione Britannica, ma dal 1937 divenne l'asse della politica sionista. Gli inglesi avevano in precedenza proposto diverse soluzioni, in particolare la creazione di uno Stato binazionale,  respinta dagli ebrei, oppure una Palestina divisa in Cantoni (secondo il modello svizzero), che entrambe le parti rifiutarono di prendere in considerazione.  Alla fine Londra si arrese, non tentò più di trovare altre soluzioni al conflitto che si stava profilando e nel febbraio del ‘47 passò la questione alle Nazioni Unite. Promossa dalla leadership sionista, e ora appoggiata dalla Gran Bretagna, la spartizione divenne la “parola magica”. Di lì a poco, gli interessi dei palestinesi sarebbero stati quasi totalmente esclusi dal processo. (2008, p. 46-47)

Ciò avvenne in parte per la forte influenza esercitata dalle forze filosioniste a livello internazionale,  in parte perché l'ONU aveva solo due anni di vita e le persone che componevano  il comitato speciale per la Palestina UNSCOP (United Nations Special Committee for Palestine) erano prive di esperienza sulle soluzioni dei conflitti in generale e ancor meno conoscevano la situazione palestinese. Abbandonata presto l'idea di creare uno stato democratico, il cui futuro sarebbe stato deciso dal voto di maggioranza della popolazione,  si passò a raccomandare la spartizione della popolazione in due stati,  mentre la città di Gerusalemme sarebbe  ricaduto sotto un regime internazionale amministrato dall'ONU.  L'idea era che i due stati avrebbero dovuto costituirsi in maniera democratica,  questo era scritto il 29 novembre 1947 nella risoluzione 181.

La risoluzione non teneva minimamente conto di come era composta la popolazione, se lo avesse fatto gli ebrei avrebbero ottenuto soltanto il 10% dei territori, non il 50%,  invece furono accolte le istanze sioniste. In tale frangente agì un ruolo decisivo anche il senso di colpa generato dall'olocausto.

La Lega Araba, l'Organizzazione Regionale Interaraba e l'Alto Comitato Arabo (l'embrione del futuro stato palestinese) decisero di boicottare il negoziato con l’UNSCOP  lasciando di fatto carta bianca, a chi vi prese parte, di stabilire come attuare la risoluzione: purtroppo l'assenza della voce palestinese caratterizzerà anche i successivi tentativi di  mediazione.

In questa situazione i sionisti rilanciarono chiedendo l'80% dei territori nonostante la Palestina fosse un paese decisamene arabo: la stessa scelta di definire “mista” la popolazione palestinese stona. Di fatto solo il 5,8% della terra coltivata  apparteneva agli ebrei, gli insediamenti dei coloni sionisti erano molto distanti l'uno dall'altro, dispersi tra terra araba come coriandoli. Da tener presente che gli insediamenti sionisti non erano costruiti come villaggi ma come presidi militari. Perché?

La maggioranza dell’UNSCOP riteneva equo proporre ai sionisti il 56% (!) della terra.
I sionisti reclamavano Gerusalemme come città Santa del futuro Stato Ebraico, invece i paesi cattolici ottennero che divenisse città internazionale.  Naturalmente queste condizioni erano profondamente irrispettose dei diritti dei nativi, ma anche scontentava il mondo arabo dal momento che in Medio Oriente era esplosa la lotta anticolonialista.

Le posizioni arabe e palestinesi

La tesi, dei sionisti prima e di Israele oggi, sostiene che i palestinesi  avrebbero negato ogni possibilità di riconciliazione rifiutando di partecipare alle operazioni dell'ONU, determinando così i tragici eventi del 1948.

La storiografia palestinese e la voce israeliana antisionista di Ilan Pappe ricostruiscono però le procedure adottate dall'ONU,  i motivi che portarono alla creazione dell'UNDSCOP e quanto fossero ingiusti e illegali.

Quando scelse la spartizione come obiettivo primario l'ONU ignorò ciò che dà 30 anni i palestinesi argomentavano contro la legittimità della dichiarazione di Balfour del 1917, con cui la Gran Bretagna  aveva promesso ai sionisti una divisione del territorio.  Walid  Khalidi riassunse così la posizione palestinese

“La popolazione nativa della Palestina, così come la popolazione nativa di qualunque altro paese del mondo arabo, dell'Asia, dell'Africa, dell'America o dell'Europa, si rifiuta di spartire la terra con una comunità di coloni “

Poche settimane dopo che l'UNSCOP aveva cominciato a lavorare, i palestinesi si resero conto che le carte erano truccate: il risultato del processo sarebbe stato una Risoluzione ONU Che prevedeva la spartizione del paese tra i palestinesi, cioè la popolazione indigena, e una colonia di nuovi venuti, molti dei quali appena arrivati. Quando fu adottata la risoluzione 181 nel novembre del 1947 l'incubo peggiore si concretizzò davanti ai loro occhi:  nove mesi dopo che gli inglesi avevano annunciato la decisione di andarsene, i palestinesi si trovavano alla mercé di un'organizzazione internazionale che sembrava già disposta a ignorare tutte le regole della mediazione internazionale, proprie della sua Carta,  e pronta a dichiarare una soluzione che agli occhi dei palestinesi era non solo illegale ma anche immorale . Diversi esponenti palestinesi chiesero allora che quella legalità venisse verificata presso la Corte Internazionale di Giustizia (fondata nel 1946) ma questo non fu mai fatto. (...) 

L'ingiustizia era allora evidente quanto lo è adesso, tuttavia non ricevette quasi alcun commento da parte dei principali giornali occidentali che scrivevano sulla Palestina: gli ebrei, che possedevano meno del 6% della terra palestinese e costituivano un terzo circa della popolazione, ottennero oltre metà del territorio. Entro i confini dello stato proposto dall'ONU, essi possedevano solo l'11% del territorio ed erano una minoranza in ogni distretto.  Nel Negev -chiaramente una terra desertica ma con una notevole popolazione beduina rurale,  che formava una grossa fetta dello stato ebraico- essi costituivano l1'% della popolazione totale.(...)

Ben presto emersero altri aspetti che indebolirono la credibilità legale e morale di quella Risoluzione. Essa incorporava nel futuro stato ebraico le terre più fertili, oltre a quasi tutti gli spazi rurali e urbani ebraici della Palestina. Ma includeva anche 400 (su oltre 1000) villaggi palestinesi entro i confini dello stato ebraico. Citando ancora Walid Khalidi ,  la Risoluzione 181  rappresentò “una decisione affrettata che concedeva metà della Palestina a un movimento ideologico che dichiarava apertamente, già negli anni Trenta, la propria intenzione di dearabizzare la Palestina”. Di conseguenza l'aspetto più immorale della Risoluzione 181 fu la mancata previsione di qualche meccanismo per impedire la polizia etnica della Palestina (...) I membri dell'ONU che votarono a favore della Risoluzione di spartizione, secondo la mappa che essi stessi avevano tracciato, contribuirono direttamente al crimine che stava per essere compiuto. (2008, pp 50-52)

Ben Gourion giocò la partita della Risoluzione ben determinato a portarsi a casa un obiettivo primario: il riconoscimento internazionale del diritto degli ebrei di avere un proprio stato in Palestina, tutto il resto avrebbe potuto essere affrontato dopo, era consapevole infatti che poteva accettare oppure non accettare la Risoluzione: il rifiuto dei paesi arabi lo mise in condizione di accettarlo formalmente ma lavorare contro di esso poiché nella visione, sua e dei suoi stretti collaboratori sionisti, uno Stato ebreo solido doveva necessariamente estendersi sulla maggior parte della Palestina e tollerare, se proprio necessario, un esiguo numero di persone palestinesi. Anche la questione di Gerusalemme, designata nel piano come città internazionale, non lo preoccupava, sebbene nei suoi obiettivi figurasse quello di renderla capitale dello stato ebraico, ci sarebbe stato tempo e modo per cambiare le cose.

Il previsto rifiuto del piano da parte degli arabi e dei palestinesi per mese a Ben Gurion e alla leadership sionista di affermare che il piano ONU era lettera morta il giorno stesso in cui fu approvato - tranne, naturalmente, per quelle clausole che riconoscevano la legalità dello stato ebraico in Palestina: i suoi confini,  dato il rifiuto da parte palestinese e araba “ saranno decisi con la forza e non con la Risoluzione di spartizione”  dichiarò Ben Gurion.  lo stesso sarebbe stato per il destino degli arabi che vivevano lì. (2008, p 53)

È in questo contesto che la Consulta di Ben Gurion, composta da fidati personaggi dei servizi segreti ed esperti di “questioni arabe” diventa il suo principale gruppo di riferimento. (per dettagli v. 2\..)

La risoluzione fu causa e miccia dei conflitti che sono seguiti. L’ordine pubblico venne a mancare provocando la prima guerra arabo-israeliana: la pulizia etnica era iniziata.

[illustrazione di  Armin Greder tratta dal  libro a figure Gli stranieri ,tr. Rosa Chefiuta& co., orecchio acerbo, 2012]


 

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