3 film e 1 libro

sulla cura in tempo di monetizzazione

3 film e 1 libro fanno luce su quanto sia essenziale il lavoro di cura, come si impara, come si insegna, come sia INDISPENSABILE integrare nella pianificazione e progettazione - di servizi e interventi - ciò che avviene dietro le quinte. Il dietro le quinte è sistemicamente trascurato ma è proprio lì che affonda l’impalcatura che sorregge la qualità della vità: di chi ne fruisce e di chi vi lavora. E soprattutto è là che si traducono in concretezza principi e diritti sanciti dalla costituzione italiana. Le mie parole potrebbero essere percepite come una denuncia, non è questo che mi muove, quanto piuttosto la volontà di affermare che non esiste qualità senza ricerca, e se ogni ricerca finanziata è un successo, allora viviamo nel bluff sistemico, nella normalizzazione dei dati manipolati per dimostrare efficacia ed efficienza al fine PRIORITARIO di ottenere risorse, prima ancora che promuovere benessere, prevenire e risolvere. Perché quando ci si muove in ambiti sconosciuti si sbaglia, si azzarda, si rischia, si muovono passi e pensieri nell’ignoto. Solo buttando all'aria la retorica dell'eccellenza si può dare il giusto peso ai gesti non monetizzabili che fanno la differenza nella vita delle persone. Sia che li si pratichino, sia che li si ricevano.

Ultimo turno è la tessera centrale di questo domino di film, perchè l'attrice è la stessa di La sala dei professori mentre la regista ha diretto anche Contro l'ordine divino.

L'ultimo turno (Heldin) - regia di  Petra Volpe - è uscito nelle sale italiane il 20 agosto.
Presentato in anteprima al Berlinale Special Gala, è candidato dalla Svizzera all'Oscar al miglior film internazionale 2026.
E' un film senza santi ed eroi, una storia di straordinaria sensibilità umana e ordinaria incuria\violenza istituzionale, dove protagonista è un aspetto collaterale alle strategie adottate per efficientare i servizi pubblici a partire dagli anni' 90 in  tutta Europa. 

L'idea di migliorare i servizi pubblici era ed è buona, molti aspetti dell'impalcatura originaria ottimi: dove le amministrazioni pubbliche arrancavano si intendeva portare efficacia ed efficienza, e per moltissimi aspetti il salto di qualità è stato notevole e si è radicato in una nuova cultura di servizio. Non solo: le riforme miravano a rendere le persone sempre più protagoniste - più simili a clienti da ascoltare\coinvolgere nelle scelte che non a utenti passivi.
Al modello apicale-piramidale di distribuzione del potere si voleva sostituire una prassi culturale, politica e lavorativa che prendesse le mosse da una base quanto più ampia possibile, ricca di differenze e personalizzazioni, soprattutto in ambito sociale&co. In nome del principio di sussidiarietà, è l'ente più vicino alle persone\zone con bisogni che deve attivarsi per far emergere soluzioni dal basso o provvedere in caso di bisogno. Come non riconoscere, poi, i salti in avanti in termini di condotta dei dipendenti pubblici e accreditati, così come non gioire della trasparenza che rende accessibili informazioni che prima erano appannaggio di poche persone. Ma, a distanza di anni, non possiamo non notare che la visione complessiva di un'amministrazione a portata di persone è stata ridimensionata-travisata-tradita dall'adozione di  scorciatoie, dalla produzione ipertrofica di norme scritte male e contrastanti, dall'abuso del precariato e - non per ultimo - dal fatto che ogni vincolo può essere aggirato -e di solito ne vale la pena per interessi importanti non per sciocchezze di poco conto. 

Chi ha vissuto lavorativamente le rapide trasformazioni introdotte da misure come leggi Bassanini, riforma del capitolo V della costituzione, decentramento, trasparenza, e poi ancora i corsi per imparare a progettare per obiettivi e rendicontazioni, a partire dalla valorizzazione dei portatori di interessi, forse avrà come me patito, anni dopo, lo svuotamento delle parti portanti della legge quadro di riforma dei servizi sanitari (328\00) e l'erosione sostanziale del portafoglio che rendeva unica nel settore la legge 285\97, legge che - si badi bene - riconosce come cittadini di oggi (e non del futuro) le persone di età compresa tra 0 e 18 anni.

La capacità di lettura dei bisogni del territorio e l'importanza di monitorare passo passo l'andamento delle azioni, spesso scivola in secondo piano rispetto ad adempimenti rigidi e sterili che per consuetudine hanno visto sorgere progettifici, vere e proprie forme mentali e gestionali di derivazione aziendale, senza avere le risorse e l'elasticità delle aziende. Progetti resi omogenei dalle strutture dei bandi e dal bisogno di rendicontazione, spesso per niente vicini alle realtà locali, naturalizzano la discontinuità di interventi e gestioni,  per contrastare - vien quasi da piangere- infiltrazioni criminali e assegnazioni dirette.

Il problema non è lavorare per progetti ma dover sottostare a modalità progettuali rigide e vincolanti, create dal progettificio che -come una fabbrica - privilegia standard, replicabilità e misurabilità quantitativa, a danno dei necessari aggiustamenti in tempo reale, della personalizzazione sui bisogni delle persone e realtà, e soprattutto, a danno di ciò che non emerge da un monitoraggio meramente quantitativo, non strutturato per elaborare una lettura integrata quanti-qualitativa. La pretesa oggettività del numero vince su un'analisi più approfondita, trasfortativa e feconda.

Paradossalmente la progettazione, da essere la soluzione per rendere più efficace-efficiente-smart-economica-trasparente la gestione dell'amministrazione pubblica, è diventata una macchina burocratica Kafkiana, rigida, atemporale, legata a un'idea di ottimizzazione superata, ove alcune leggi contrastanti creano effetti grotteschi e disfunzionali. Oggi i progettisti bravi sono quelli che sanno aggiudicarsi finanziamenti, favorire parternariati e rendicontare. Ma la progettazione ai servizi alla persona è un'altra cosa, che non si allontana da questi criteri bensì li integra in una visione elastica, dialogante, basata sul fare e sullo sperimentare, andando a braccetto con l'errore a cui l'innovazione inevitabilmente si accompagna.

Il servizio pubblico, sia esso, ospedale, scuola, biblioteca o altro, non può e non deve essere inteso come un'azienda privata qualunque, deve rispondere alla Costituzione: nei tanto necessari rendiconti non sono MAI contemplati quei gesti minuti che determinano la qualità di vita di chi li agisce e di chi li riceve, come questo film mostra splendidamente.

E non si parli di santi ed eroi: il personale infermieristico è sottopagato, spesso sottoposto a ritmi ingestibili e non gode di assistenza psicologica, adeguato riposo e tantomeno di adeguato apprezzamento sociale. La situazione è drammatica: mancano infermieri e nel mondo ne mancheranno sempre di più.
Il rapporto "State of the World's Nursing 2025" individua le seguenti Priorità Politiche Emergenti per il 2026-2030: 

  • Sviluppare ulteriormente i ruoli infermieristici di pratica avanzata per aumentare l'accesso a servizi sanitari di alta qualità.  
  • Affrontare i pregiudizi di genere, inclusi salari equi e competitivi.  
  • Sfruttare il potenziale degli strumenti e delle tecnologie digitali per soddisfare le esigenze della popolazione e del sistema sanitario.  
  • Gli infermieri devono essere preparati e pienamente supportati per utilizzare in modo competente le tecnologie digitali in tutti gli ambiti della pratica professionale, dalla formazione alla pratica, dalla ricerca al management.
  • Fornire supporto personalizzato per la formazione infermieristica, l'occupazione e le condizioni di lavoro in contesti fragili, colpiti da conflitti e vulnerabili. 
    (State of the world’s nursing 2025: investing in education, jobs, leadership and service delivery https://www.who.int/publications/i/item/9789240110236 )

Del resto tutti abbiamo visto in che condizioni hanno dovuto lavorare uomini e donne durante la pandemia: in un contesto-mondo in cui il personale paramedico era indicato come eroico, i paesi civili-democratici-portatori di pace non hanno voluto unire le forze per cercare insieme soluzioni vaccinali e integrative. Fosse mai che  l'interesse finanziario di pochi potesse essere soverchiato da quello dell'intera popolazione umana mondiale!

Attrice protagonista di questo bellissimo film è Leonie Benesch, impeccabile! Da vedere.

Contro l'ordine divino (Die göttliche Ordnung) è un film del 2017 diretto anch'esso da Petra Volpe. E' una spassosa commedia che mette in scena le lotte combattute per rivendicare l'introduzione del suffragio femminile in Svizzera nel 1971. In un paese che non è minimamente toccato dalla rivoluzione giovanile, culturale e sessuale, la giovane casalinga Nora vive con il marito Hans, i loro due figli e l'intrattabile suocero in un tranquillo villaggio dell'Appenzello dove  l'emancipazione femminile è considerata un peccato contro natura e contro l'ordine divino.
Dato che per legge Nora non può svolgere altri lavori, oltre a quello familiare, senza il permesso del marito, comincia a frequentare teorie e gruppi di femministe, dapprima solo con una donna, poi due, infine molte. Uno sciopero femminile costringe gli uomini a badare alla casa. Il film è tratto da una storia vera.
Il 7 febbraio 1971 nel cantone raccontato viene approvato il suffragio femminile.
Il film ha riscosso in patria un enorme successo di pubblico, diventando uno dei dieci film svizzeri di maggior incasso di sempre.
Stessa regista, due film radicalmente diversi nell'approccio ma aderenti alle diverse circostanze: nel primo si respira la solitudine professionale (non solo femminile, sebbene sovrarappresentata), nell'altro l'energia trasformativa che ha attraversato un'epoca e che oggi non riusciamo a riconoscer quanto merita perchè ci siamo in mezzo.

La sala professori (Das Lehrerzimmer) è un film del 2023 diretto da İlker Çatak che vede ancora una volta Leonie Benesch nel ruolo principale, vestendo i panni della professoressa Carla Nowak.
Il filmè stato candidato per rappresentare la Germania nella categoria dell'Oscar al miglior film in lingua straniera nel 2024 -anno in cui è stato distribuito in Italia. 
L'ispirazione per la storia è venuta al regista İlker Çatak e allo sceneggiatore Johannes Duncker dopo aver visto due ragazzi, di una scolaresca in gita, rubare e venire successivamente scoperti dalla scuola attraverso una trappola. Il regista ha dichiarato:

"Quando ne abbiamo parlato più tardi, Johannes e io abbiamo pensato che questo potesse essere un buon inizio per la trama. E poi Johannes mi ha raccontato la storia di sua sorella, che è un'insegnante di matematica a Colonia, e che aveva avuto un'esperienza simile con i furti tra gli alunni. Quello che abbiamo desiderato sin dal primo momento era che questo film fosse uno specchio della società odierna, metaforicamente rappresentata come una scuola, avvelenata da tutti i pregiudizi e l'ipocrisia." (wikipedia)

Il film é stato candidato al 73º Festival internazionale del cinema di Berlino, selezionato al 48º Toronto International Film Festival e al 28º Busan International Film Festival. 

Trasversalmente sui tre film la mia visione è stata influenzata da un'idea di cura magnificamente illustrata nel volume Il lavoro di cura. Come si impara, come si insegna, dalle sapienti mani di Grazia ColomboEmanuela CoceverLetizia Bianchi (Carocci, 2004) - scritto tanti anni fa ma non invecchiata,

Le mie parole potrebbero essere percepite come una denuncia, non è questo che mi muove, quanto piuttosto la volontà di affermare che non esiste qualità senza ricerca, e se ogni ricerca finanziata è un successo, allora viviamo nel bluff perchè quando ci si muove in ambiti sconosciuti si sbaglia molto più di quanto si indovina. Solo buttando all'aria la retorica dell'eccellenza si può dare il giusto peso ai gesti non monetizzabili che fanno la differenza nella vita delle persone. Sia che li pratichino, sia che li si ricevano.

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